Sulla responsabilità del Ministero della salute e della struttura ospedaliera in merito alla qualità del sangue utilizzato per trasfusioni (ante legge n.107 del 1990) - Cassazione sez. III 14 luglio 2011 n. 15453

Corte di Cassazione, sezione III, con sentenza 14 luglio 2011 n. 15453, si pronuncia in ordine alla responsabilità del ministero della Salute e della struttura ospedaliera in merito alla qualità del sangue utilizzato per le trasfusioni, per accadimenti avvenuti antecedenti alla legge 107/1990 (che regolamenta le attività trasfusionali e la produzione di emoderivati).

 

A metà degli anni ’80 un paziente si ricovera e, a seguito di undici trasfusioni effettuate con sangue rivelatosi purtroppo infetto, contrae una forma poco conosciuta di epatite C.

Le conseguenze sono gravissime: dopo infezione da epatite C, epatite cronica, cirrosi epatica e anemia emolitica, e poi la morte nel 1994.

I suoi congiunti ritengono corresponsabili il Ministero della Sanità e la struttura che ha curato l’uomo e, conseguentemente, chiedono il risarcimento del danno subito prima al Tribunale di Chiavari che alla Corte di Appello di Genova.

Quest’ultima, in particolare, all'esito di una consulenza tecnica di ufficio, afferma, che nessuna precauzione era adottabile nel contesto scientifico ed operativo in cui la fattispecie si collocava, onde di nessuna cautela in concreto poteva essere ad alcuno addebitata l’omissione
Di diverso avviso i giudici della suprema Corte, secondo cui:

-        anche prima dell’entrata in vigore della legge numero 107 del 1990, esisteva «un obbligo di controllo e di vigilanza in materia di sangue umano», obbligo a carico del Ministero della Sanità», alla luce di precise e dettagliate disposizioni normative in materia di sangue umano (e del relativo uso terapeutico) e alla luce di una semplice considerazione: «la raccolta, il frazionamento e la distribuzione del sangue umano costituivano materia di interesse nazionale»;

-        per le patologie conseguite a causa di assunzione di emotrasfusioni o di emoderivati con sangue infetto, esiste «un unico evento lesivo, cioè la lesione dell’integrità fisica in conseguenza dell’assunzione di sangue infetto», e pertanto sussiste la responsabilità del Ministero, anche «per il contagio degli altri due virus, che costituiscono forme di manifestazioni patogene dello stesso evento lesivo»;

-        «la responsabilità extracontrattuale del Ministero, in ordine ai compiti di controllo, direzione e vigilanza, non esclude affatto quella a carico della struttura e dei medici».

-        non può quindi «escludersi la mancanza di diligenza da parte del personale sanitario che ha dato luogo a dette trasfusioni ante 1990», perché esiste la «rilevante circostanza che, indipendentemente dalla specifica conoscenza (sulla base dei dati scientifici dell’epoca), del virus Hcv, ben poteva, detto personale, sulla base di più datati parametri scientifici, rilevare comunque la non idoneità del sangue ad essere oggetto di trasfusione»;

-        si è quindi in presenza di «un comportamento omissivo colposo, già anteriormente alla legge numero 107 del 1990 (avente ad oggetto la disciplina delle attività trasfusionali) in ordine al dovere istituzionale (in forza di varie fonti normative) di direzione, autorizzazione e sorveglianza sul sangue importato, al fine dell’accertamento che il sangue immesso nel circuito delle emotrasfusioni (e in quello della produzione di emoderivati) fosse infetto»;

-        la responsabilità per i danni conseguenti ad infezioni da virus HBV, HIV e HCV, contratte da soggetti emotrasfusi, è di natura extracontrattuale ai sensi dell'art. 2043 c.c. a carico del Ministero della salute, né sono ipotizzabili, al riguardo, figure di reato tali da innalzare i termini di prescrizione (epidemia colposa o lesioni colpose plurime);

-        pertanto il diritto al risarcimento del danno da parte di chi assume di aver contratto tali patologie per fatto doloso o colposo di un terzo è soggetto al termine di prescrizione quinquennale che decorre, a norma degli artt. 2935 e 2947, primo comma, c.c., non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione causativa del danno o dal momento in cui la malattia si manifesta all'esterno, bensì da quello in cui tale malattia viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, usando l'ordinaria diligenza e tenendo conto diffusione delle conoscenze scientifiche (a tal fine coincidente non con la comunicazione del responso della Commissione medica ospedaliera di cui all'art. 4 legge n. 210 del 1992, bensì con la proposizione della relativa domanda amministrativa).

-        Alla Corte di Appello, Giudice del rinvio, viene quindi affidato, il compito di valutare «la responsabilità del personale che eseguì le trasfusioni» e di prendere attentamente in considerazione le domande risarcitorie avanzate dalla famiglia; tenendo ben presente: a) che non si può soltanto prendere come riferimento quanto stabilito legislativamente nel 1990 e che sussiste la configurabilità di una condotta omissiva colposa quale causa dei danni inferti alla salute del paziente; b) che la prescrizione decorre dalla conoscenza della malattia e non dall’evento contagioso; c) per quanto riguarda, invece, la legittimazione passiva in ordine al risarcimento è in capo sia al ministero ex art. 2043 c.c. che alla struttura sanitaria e dei medici (artt. 1218 e 1228 c.c.); d) che nella valutazione circa l’evidenza di uno specifico virus nel sangue, si deve far riferimento agli obblighi di vigilanza disposti in generale dalla legge e dalle evidenze scientifiche; e) che,  
per concludere, la causa dei danni alla salute del paziente può derivare anche da una condotta omissiva.

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