L'attività di counseling

Il counseling o counselling indica l'attività che tende ad orientare, sostenere e sviluppare le potenzialità del cliente, promuovendone atteggiamenti attivi, propositivi e stimolando le capacità di scelta, specie in ambito familiare.

Non si tratta di un compito facile.

Una delle difficoltà maggiori che s’incontrano in questo ambito è il comportamento ambivalente dei clienti: essi desiderano da un lato salvare la loro relazione, ma dall’altro vogliono vincere la lotta contro il proprio partner. Non si sentono più compresi e hanno la sensazione che la vita in comune abbia perso la qualità di un tempo: sognavano un matrimonio, una relazione diversa. Si sentono feriti, delusi, attraversano una fase molto difficile; si ritrovano in una situazione sempre più difficile, che non riescono più a gestire, fatta di problemi e di malintesi.

Il  compito del counsellor è, dunque, nella maggior parte dei casi, quello di contribuire a fare chiarezza in una situazione confusa.

Nella risoluzione dei problemi è di centrale importanza “riconoscere il fine che si nasconde dietro ai conflitti” (Rudolf Dreikurs).

Il primo importante passo è quello d’imparare a osservare.

Ognuno dei clienti è in grado di raccontare solo una parte dell’accaduto, ossia ciò che il partner ha fatto e ha detto, ma spesso non si ricorda della propria. Si deve osservare ciò che sta succedendo, ma soprattutto considerare i due racconti dei patners separatamente, senza confrontarli tra loro.

C’è solo un modo per trovare una base di comprensione comune, ossia dare a entrambi i partner lo spazio necessario per raccontare la propria storia senza paura di venir interrotti. Non importa quanto ognuno travisi i cosiddetti “fatti”, il partner non deve intervenire, né verbalmente né attraverso una comunicazione non verbale.

È qui comincia la parte difficile di un counselor: indurre entrambi i partner ad ascoltare attentamente ciò che l’altro ha da raccontare: il che comporta l’essere disponibili ad ascoltare la versione dei fatti spiacevoli provocati e ad accogliere i sentimenti di chi narra, provati  durante il litigio. Non si tratta di un compito facile, e alcune volte il fine prefissato non viene raggiunto. Ma in caso di successo, quando i clienti riescono a mettersi l’uno al posto dell’altro, quando, come dice Adler, essi riescono a: “vedere con gli occhi dell’altro; ascoltare con le orecchie dell’altro; sentire con il cuore dell’altro”; quando essi riescono a riattivare il senso di solidarietà e di amore, in questo momento, e solo in questo momento, si può intraprendere il passo successivo verso la risoluzione del conflitto, che consiste nel capire ciò che sta succedendo.

I clienti devono essere a questo punto in grado d’individuare il fine che si nasconde dietro ai loro conflitti.

Ancora.

Gli esseri umani hanno una natura sociale e non sopportano dunque l’esclusione. Il benessere di un essere umano è legato alla convinzione di far parte di qualcosa e di venire trattato in modo equo. Quando questa condizione è presente, un individuo si comporta in modo cortese e cooperativo.

Tuttavia, quando si ha l’impressione di essere in una posizione d’inferiorità rispetto agli altri, si comincia immediatamente a rivolgere tutta la propria concentrazione su se stesso, tentando di “risalire” con forza per superare il senso d’inferiorità e raggiungere la posizione in cui gli è possibile riguadagnare la sensazione, andata perduta, di appartenenza e di valore personale. Si mette dunque in atto il meccanismo della lotta per il raggiungimento di una posizione favorevole.

I problemi quindi iniziano nel momento in cui uno dei due patners si sente inferiore.

La/il partner si può allora sentire trascurato, rifiutato, ferito, o avere sentimenti simili. Non importa se tali sentimenti abbiano un legame con la realtà o se costituiscano della mera finzione, sono le emozioni che contano. La convinzione radicata d’inferiorità si manifesta attraverso forti emozioni negative: odio, vergogna, paura o isolamento.

 Queste emozioni sono un segnale d’allarme e inducono chi le prova a comportamenti spiacevoli. Questo è, in generale, il momento in cui uno dei due partner cade nella tentazione di usare il potere come arma. All’interno di una coppia, il modo più facile per farlo è quello di condurre il proprio partner in una situazione d’inferiorità.

Indipendentemente dal modo in cui egli fa sentire il proprio potere al partner - usando parole spiacevoli, la violenza, il silenzio, rifiutando di cooperare o attraverso il rifiuto sul piano sessuale - il risultato è sempre lo stesso: la persona a cui è rivolta tale arma si sente incompresa e ferita, e a sua volta prova un senso d’inferiorità; si avvale dunque di tutte le energie che ha a disposizione per superare questa situazione.

Si arriva dunque a un crescendo continuo dell’aggressività, ad una lotta di potere, che può continuare all’infinito.

Anche grazie alla tecnica di visualizzazione del conflitto, la coppia può imparare a osservare la situazione con una certa distanza: in primo luogo, essa prende coscienza del suo coinvolgimento in una lotta in cui non ci sono né vittime né carnefici; in secondo luogo, si accorge che i fatti possono essere irrilevanti e che dietro ai conflitti c’è il desiderio di esercitare potere sull’altro e di dominare; in terzo luogo, comprende di essere intrappolata in una lotta infinita che nessuno dei due può vincere.

Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, questo metodo non scoraggia i clienti.

Nel momento in cui devono ascoltare ciò che l’altro ha da dire essi si calmano, si sentono più rilassati e distesi.

La certezza che a loro volta avranno la possibilità di presentare la loro versione dei fatti li induce a evitare l’impulso di difendere se stessi. Amano confrontarsi e spesso esortano il counsellor a ripetere più volte l’esperimento, riferendogli dei loro numerosi conflitti.

Hanno dunque imparato a riconoscere il proprio ruolo nel conflitto senza rimorsi né senso d’imbarazzo.

Compresa la sofferenza propria e dell’altro, provocata durante il conflitto, si può iniziare a riflettere su come si sarebbero potuti comportare diversamente.

Secondo Rudolf Dreikurs, un principio importante al fine della risoluzione dei conflitti è quello: “non litigare e non cedere”.

Si deve imparare ad agire in modo tale da non negare i propri bisogni.

Raggiunto questo traguardo, possono avvenire dei cambiamenti essenziali. 

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